Aziende e padroncini

terrsoc_cap14_clip_image004Oggi, niente meglio dell’autonomia scolastica offre un vasto panorama di come “il piccolo mondo antico” della scuola sia diventato una palestra del fai da te. Insomma, un luogo dove l’imprenditore di se stesso è il Dirigente Scolastico che conduce con vigore padronale la sua piccola, spesso molto deteriorata, azienda. Non manifesta solo vizi da padroncino di distretto periferico al grande capitale imprenditoriale, per stare nella metafora, ma anche un pizzico di toyotismo, quello stile di governo dell’impresa che grazie a premi, incentivi, minacce, spazi di rilassamento e meditazione (la sala docenti, i corridoi, il bar interno…) riesce a addormentare il conflitto, depurando da esso le sue sedi naturali, il collegio,  il consiglio di istituto, i consigli di classe, i dipartimenti disciplinari, la stessa sonnolenta e concertativa RSU. Ovviamente, come sanno gli esperti di formazione dell’opinione pubblica e del consenso, ciò avviene non senza la complicità attiva di molti insegnanti.

Così può accadere quel che è successo ad una docente di un istituto superiore di Nuoro che, come si legge nella memoria allegata, si era rifiutata di addestrare alla compilazione delle prove INVALSI i suoi studenti, durante l’anno scolastico. Come si ricorda nella memoria, perfino il dottor Paolo Mazzoli, Direttore dell’agenzia di valutazione nazionale, aveva espresso il suo totale disaccordo con tale pratica, oltreoceano chiamata “Teaching to Test”, definendola inutile alla stessa valutazione standardizzata, se non  – non azzardò troppo nell’intervista – ad una buona didattica.

Anche il dottor Roberto Ricci, responsabile dell’area prove dell’INVALSI (The INVALSI’s Voice, come mi piace definirlo, per mantenermi al passo), ha recentemente affermato durante un seminario in un grande liceo romano: gli insegnanti esercitino la loro libertà di insegnamento, facciano il loro mestiere, scelgano la didattica che ritengono più opportuna e i libri di testo più aderenti ad essa. Cito a memoria, forse ha detto “licenza”, per non impegnarsi troppo su un fronte di diritto costituzionale. Sui libri, ormai redatti dall’INVALSI medesima visto che sono pieni di test di “prova, per provarsi al test”, ha aggiunto che non sono così diffusi (possiede anche qui dei dati?) e, comunque sa, per esperienza personale con il proprio figlio, che esiste un “teaching to tema” e  “to interrogazione”. Insomma, pratiche deleterie, da scuola-guida e non da liceo, come se test e temi fossero proprio la stessa cosa.

Ma tant’è, la dirigente di Nuoro, in buona compagnia, usa la mano pesante e purtroppo non si accorge che ignoranza e stupidità camminano spesso affiancate. Qualsiasi educatore sa che insegnare e addestrare sono pratiche diverse. Ormai qualsiasi insegnante avvertito, anche se somministra le prove INVALSI per timore di ritorsioni o per insicurezza e depressione professionali, sa che esse forniscono un modello di insegnamento-apprendimento che fa piazza pulita dell’errore come risorsa, della discussione come modalità per imparare cos’è un’argomentazione, della cooperazione fra pari come lavoro sull’area prossimale di sviluppo.

Basta dare un’occhiata a come sono da dieci anni confezionate le prove della Primaria (di II e di V) o quella incluse nell’esame di fine ciclo (ex terza media) per capire che non si tratta di riflettere, ragionare, argomentare, creare risposte divergenti, ma solo di aderire alla richiesta implicita dell’esaminatore, nel più breve tempo possibile. E’ ormai un’evidenza, non si tratta di un’opinione, per paradosso lo dicono anche i dati, a cui tanto tiene il dottor Ricci, pubblicati nel rapporto-2015 dell’INVALSI.

Tornando all’ignorare, verbo autentico, proprio di chi ormai di scuola e di didattica non sa più nulla di significativo, aggiungo ancora qualcosa. La comparazione quantitativa fra prestazioni, come la comprensione della lettura o la risoluzione di un problema, rapportate all’interno di una scala valoriale numerica, è fuorviante. Infatti, la comprensione di un testo, la ricerca di una soluzione, sono frutto dello stile acquisito da ciascun lettore (in senso ampio: chi legge una situazione), sono il frutto dell’anamnesi personale (il richiamo alla memoria di lavoro di quel che il soggetto sa e “prova”), una miscela assolutamente personale di conoscenza e di emozioni a fronte di un compito. Non si può trattare come un’apprensione astratta, dunque comparabile ad altre, e rapportarle tutte ad un numero. E’ nella complessità del rapporto sociale in cui avviene qualsiasi apprendimento sia intenzionale che spontaneo, nell’attenzione alle condizioni personali evolutive e del gruppo in cui quella prestazione si esprime, che potremmo avere la “misura” del cambiamento, di ciò che quel singolo individuo ha imparato e sa mettere in pratica nell’occasione propostagli. Ripeto, le condizioni migliori sono quelle cooperative. Sapere quanto e come riescono gli altri membri di un gruppo-classe ha un interesse limitato, contingente, serve all’insegnante per valutare se stesso rispetto ai suoi obiettivi. Per contro, nelle prove a test standardizzate si cerca di trovare una sorta di elemento astratto, medio, numerico, a cui piegare un comportamento concreto, perché perda la sua complessità di espressione a favore di una semplicità di calcolo. Difficile da capire? No, è quello che ha sempre evitato di fare ogni brava Maestra (il femminile è d’obbligo!) che, anche quando dava un “giudizio”, era consapevole della provvisorietà di esso e del suo rapporto con il singolo, concreto lavoro di “quel” bambino che in quel compito si era speso.

Una nota personale, in conclusione. Ho lavorato come Dirigente Scolastica per trent’anni di cui ventidue nello stesso istituto nella periferia romana, prima del 2000 sotto la definizione professionale di “direttrice didattica”. Provo un senso profondo di vergogna e di amarezza per come si è trasformato questo “mestiere”. Perché, prima delle norme sull’autonomia, e ora degli effetti della Buona Scuola, di questo si trattava: di un dignitoso mestiere, arte e tèchne, come quello dell’insegnante (che ciascuno di noi aveva svolto prima del salto di carriera). Si era garanti della didattica che si conosceva bene, che si continuava a studiare con i docenti, primus inter pares, talvolta ultimo a fronte di veri talenti intellettuali con cui si aveva la fortuna di lavorare. Garanti della libertà di insegnamento, sempre tutelata, anche e soprattutto, quando era l’espressione di una minoranza. Ma sto diventando nostalgica, ormai, non solo l’art 33, bensì l’intera Costituzione è solo un ferro vecchio.

P.S. Si raccomanda di leggere e conservare l’allegato per i numerosi ed utili spunti di carattere normativo che sgonfiano l’impianto, nel merito e nel metodo, della contestazione di addebito redatta dalla “povera” Dirigente Scolastica.

Renata Puleo, Gruppo NoINVALSI