I RAV all’assalto dell’infanzia

in fanziaLa pervasività, l’invadenza, la sopraffazione dell’INVALSI sta soffocando la scuola italiana. Le prove oggettive e standardizzate stanno diventando il principio ordinatore di tutto il calendario scolastico, in tutti gli ordini si scuola. Anche nella scuola dell’infanzia dove in molti pensavano di sentirsi protetti dalla giovane età dei bambini, dall’assoluta assenza di nozionismo negli orientamenti, dal buon senso e dalla empatia che i visi sorridenti o piangenti dei bambini impongono.

Invece NO! L’INVALSI cerca di radicarsi anche nella scuola dell’infanzia…non importa per far che, basta vigilare, valutare, punire, premiare…stabilire il comando, apparentemente senza senso, ma il potere non deve avere smagliature.

    L’INVALSI, un uragano, un terremoto, un baratro…tutte catastrofi naturali, che servono a consolarci, a determinarne la ineluttabilità. Troppo comodo. Dai dati, scarsi peraltro, che l’invalsi ha pubblicato nel rapporto dell’anno scorso è possibile ipotizzare che meno della metà degli studenti delle superiori ha dovuto sopportare la somministrazione, l’umiliazione, la insipienze, la prepotenza dei quiz. (v.Partecipazione alle prove INVALSI nel 2015 pubblicato il 25 marzo su “genitore attivo”)
     In migliaia i genitori delle scuole elementari non hanno mandato i loro figli a scuola, in migliaia gli insegnanti hanno scioperato per non dover somministrare i quiz e preservare la loro dignità personale e professionale.
  Questi studenti, genitori, docenti hanno semplicemente detto NO! L’INVALSI non è una catastrofe naturale è un’invenzione, un artificio distruttivo, ma umano. Basta dire NO! sempre più numerosi.
 Gruppo NoINVALSI

L’infanzia del RAV

Di Geat

Renata Puleo
(chi scrive questo pezzo è stata per anni Direttrice Didattica in Circoli in cui era presente la Scuola dell’Infanzia comunale e statale, in diverse parti d’Italia; ha curato la formazione dei docenti soprattutto in campo linguistico e nel rapporto fra linguaggio scientifico e la lingua materna)

Il 27 novembre 2014 il MIUR e l’INVALSI lanciavano il comunicato stampa di informazione sulla pubblicazione del Rapporto di Autovalutazione delle scuole (RAV). “Uno strumento di lavoro per riflettere e migliorarsi” grazie alla ricerca e all’aiuto fornito dall’agenzia nazionale responsabile del sistema di valutazione, l’INVALSI medesimo. Che la “task force” (sic) a supporto delle scuole fosse solo l’ennesimo modo per controllare, misurare e punire (piuttosto che migliorare e finanziare) fu chiaro anche per la connessione strettissima che si creava fra questo dispositivo e quanto prescriveva la legge 107, approvata l’estate successiva.
Il RAV non ha mantenuto le promesse? Troppo scoperta la sua matrice etero-diretta? Inutile anche per i volenterosi che volevano farne uso per “riflettere sulla propria scuola”? Una circolare dell’inizio di quest’anno scolastico ammonisce i collegi e i dirigenti che hanno inviato un RAV incompleto o poco coerente con le finalità (ovvero fotografare a grossa grana la scuola al fine di ottenere finanziamenti mirati, elemosine e donativi). Sono seguite telefonate di monito ad alcuni dirigenti che non hanno obbligato gli insegnanti ad eleggere i nuclei di autovalutazione e alla completa compilazione del rapporto. L’INVALSI pur di mantenere la sua falsa fisionomia di ente di ricerca autonomo ha provveduto a smarcarsi da queste iniziative. Ma il gioco è comunque molto scoperto, insomma il RAV non è altro che quello che noi, Gruppo NoINVALSI, abbiamo denunciato essere (su questo blog, alla voce RAV e nei riquadri laterali); il suo esito rappresenta un fallimento nel merito ma un successo rispetto alla macchina di governo tesa ad appiattire ogni autonomia, per presunta che sia.
Proprio perché la macina governamentale deve seguire il suo corso, è stato pubblicato in questi giorni il RAV-INFANZIA, altra prova paradossale di autorealizzazione organizzata dall’alto, come dimostrano le “rubriche di autovalutazione” che sintetizzano i vari passaggi di “riflessione”. Potremmo tranquillamente rimandare ai molti commenti e alle innumerevoli mozioni che hanno demolito il RAV del 2014, visto che per ammissione dell’Istituto a capo del SNV si tratta di un adattamento a quel formato (all’INVALSI esiste un esercito di adattatori: si vedano le capacità espresse nella manipolazione dei racconti d’autore ai fini di poterli fare corrispondere alle domande dei test e quella di ripetere con poche varianti le liste di quiz per i vari ordini di scuola!!!).
Ma diamo un’occhiata alle suddette rubriche, cuore del formato, visto che su di esse si misura la qualità della scuola che compila. Una summa dell’ipocrisia e della sfacciata ignoranza dei redattori. Il criterio di qualità individuato come stimolo-chiave al paragrafo “Ambiente di apprendimento” (pp 25-28) recita: “La scuola offre un ambiente educativo che valorizza le competenze cognitive e socio relazionali dei bambini anche in vista della promozione di attitudini di cooperazione e solidarietà, curando gli aspetti organizzativi, metodologici e relazionali della vita scolastica”. Nella prima sezione (punteggio 1: situazione molto critica) il nucleo di valutazione interno dovrebbe denunciare la sua scuola come un piccolo lager: spazi e tempi “non rispondenti alle esigenze educative e di apprendimento”, “disposizione rigida degli arredi”, nessuna didattica innovativa, “regole di comportamento non condivise”. Se, per contro, l’unita interna decidesse di auto attribuirsi il punteggio massimo (7: situazione eccellente) ci troveremmo di fronte a una scuola finlandese. Ma, attenzione, il pistolotto finale torna al tormentone delle competenze (al plurale) di cittadinanza come senso di appartenenza alla comunità e come assunzione di responsabilità personali, traduzione italiana delle raccomandazioni europee (a cui la scuola finlandese aderisce solo in parte). Bello, vero? Accountability e performatività del buon cittadino adattato, come recita la Guida alla Certificazione della Competenze che abbiamo a suo tempo commentato (in questo blog, sotto il titolo “Risorse Umane Certificate”, 17/06/2015). Prima si comincia a confondere le idee sul buon cittadino e sull’uso del capitale umano a fini di valorizzazione economica, meglio può riuscire l’operazione di ottundimento. Infatti, la cittadinanza come categoria neoliberista compare come “benessere collettivo e personale” (la mano invisibile del mercato alla fine farà il bene di tutti, secondo il mai dimenticato motto liberista) , come “avvio” , come “promozione” alla condivisione dei “valori comuni” (pp13,14,15), sempre inevitabilmente da fine della storia.
Nulla di quanto suggerito dalle sezioni del paragrafo “Dimensione metodologica” (p 26) potrebbe tener dentro le esperienze che dal 1968, e prima in alcune scuole popolari, sono state fatte nella Scuola dell’Infanzia. L’”idea di bambino” suggerita in questa pagina è pasticciata, moralistica, le “attività di conversazione, manipolazione, espressione, costruzione, argomentazione,ecc” (sic) sono confusamente tratte dagli Orientamenti, oggi inclusi nelle Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo, come pescate a caso in quel testo. Si tratterebbe di “riconoscere il bambino concreto”, recita l’elenco delle domande-guida, ad esempio quello individuato nella sezione “Inclusione e differenziazione”. Lo svantaggiato economico, lo straniero, il destinatario del BES, oggetto di particolari forme di accoglienza e beneficiario dei Piani Didattici Individualizzati. Ovviamente nessuna menzione alle differenze di genere, in epoca di Sentinelle in Piedi a difesa della superiorità maschile e della vocazione femminile alla cura famigliare, non è il caso.
Superfluo sottolineare come, sempre in base al principio dell’adattamento di questo RAV al suo capostipite, ogni riferimento ai “dati oggettivi” della rilevazione è tautologicamente rivolto alle fonti- INVALSI (in questo caso soprattutto l’esito dei questionari per docenti e genitori: si tratta di mostrare il lato qualitativo delle indagini!). Sempre nel merito della struttura del rapporto si può notare come manchino i codici di riferimento alla Tavole di Descrittori presenti nel primo RAV. Si riconosce una maggior libertà di lettura degli indicatori agli insegnanti, oppure non si sapeva come declinarli in assenza del riferimento ai test per la primaria e la secondaria? Si direbbe un’ipotesi corretta visto che la sezione sulla continuità verticale con gli altri ordini di scuola, con il nido, e quella “orizzontale” con le famiglie (pp33-34), si limitano a stigmatizzare il rischio del negativo, generico atteggiamento di “discontinuità metodologica e organizzativa” e quello di “etichettamento del bambino” (sic) mediante il passaggio di “informazioni”.
Insomma, un bel pasticcio terminologico e di contenuto, in cui è difficile per chi di noi da sempre si occupa di scuola dell’Infanzia di riconoscerne il lavoro.
Di cosa parliamo quando parliamo di Scuola dell’Infanzia? Certamente non di “un sistema di servizi” a cui vorrebbe ridurla il recente disegno di legge Puglisi con i suoi suggeritori confindustriali, patrocinatori della sussidiarietà, prodromo di completa privatizzazione.
Parliamo di bambine e bambini che a 4-5 anni sanno capire e costruire metafore grazie ad un sapiente lavoro sulla Lingua Materna. Di sezioni in cui si discute e si impara ad argomentare un punto di vista e a decentrarsi per accogliere quello degli altri (non si conversa solamente); si fanno osservazioni intorno ai cosiddetti fenomeni banali, quotidiani, capaci di costruire saperi cooperativi sulla fisica, sulla matematica, sulla grammatica della lingua (Perché un uovo quando si rompe non si può più ricomporre? Come si divide una pizza tonda fra cinque bambini? Perché si dice acceso e non accenduto? ). Parliamo di gruppi di bambine e bambini che costruiscono oggetti, che lavorano con le ombre che questi possono proiettare, non si limitano a manipolare pezzi di plastilina per passare il tempo. Scuole dove il gioco è una prova cognitiva e una sfida affettivo-relazionale, dove l’attività cooperativa dei docenti è il modello implicito per qualsiasi insegnamento sullo stare al mondo in modo critico, conflittuale, non adattato. Ma, anche la sezione sul “controllo dei processi” (p 36) tradisce la filosofia di sfondo: le domande-guida sono rivolta ad individuare le gerarchie fra i docenti (a fini di una migliore organizzazione, si intende!) e l’impatto dell’ assenteismo soprattutto per “assenze improvvise e brevi” ( si sa, si tratta di maestre, al femminile, prese a morsa fra obblighi famigliari e etica del lavoro!).
Non resta che sperare che questo commento volutamente polemico (il sano pólemos politico…) susciti nei docenti tutti (di ogni ordine) la disposizione a valorizzare le esperienze autentiche, negandosi alla compilazione dei RAV e di ogni altro dispositivo INVALSI. “Preferirei di no…!” , come forma esistenziale e professionale di esonero dalla stupidità.
(sul blog https://glioplitidiaristotele.wordpress.com Flavio Maracchia, nostro compagno disobbediente, spiega il RAV, insieme ad altre stranezze normative, al barista Sandro)

P.S. Di scuola dell’infanzia si parla sempre troppo poco e invece sarebbe una grande maestra per tutti. Invitiamo maestre mamme e padri dei bambini che frequantano la scuola dell’infanzia a dire la loro e a farci conoscere ciò che pensano. Anche  perche i vuoti restano per poco tempo, ci pensano l’INVALSI ed il mercato a riempirli.