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Mozione del Collegio dei Docenti del L.A. “E. Rossi” in merito al DDL scuola

document-40600_640Il Collegio dei docenti del Liceo Artistico “Enzo Rossi” esprime le seguenti valutazioni in merito al DDL n.2994 depositato alla Camera dei Deputati il 27/03/2015 avente per oggetto “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”, c.d. “Buona Scuola”:

la proposta di riforma della scuola, che viene presentata come “un investimento di tutto il paese”, risponde, in realtà, solo a una logica di ulteriore impoverimento delle risorse economiche e umane dell’istituzione scolastica e allo stravolgimento del sistema scolastico in chiave autoritaria e rispondente unicamente alle logiche del mercato.

Gli elementi-chiave nel DDL sono: flessibilità, diversificazione, competizione, meritocrazia, accentramento dei poteri, scomparsa della certezza del diritto, prevalenza dell’ambito privato nella/sulla scuola statale, modifica profonda dei curricola formativi.

Questi tratti definiscono un’idea di scuola (e di società) che non può essere accettata: il dissenso profondo non è solo verso i singoli aspetti o provvedimenti (molti dei quali potenzialmente illegittimi), è l’intera filosofia del progetto che lo fa ritenere distruttivo per la scuola pubblica disegnata dalla Costituzione. Per i seguenti motivi, il DDL va stralciato per favorire le assunzioni dei precari e, va completamente riscritto sulla base dei termini della scuola della Costituzione:

1.Il testo ribadisce fin dal secondo articolo – e poi continuamente come un mantra – che intende conferire al dirigente un ruolo centrale nella scuola e ampliarne i poteri. Gli viene infatti attribuito il potere di elaborare autonomamente, senza gli OO.CC., il piano triennale dell’offerta formativa della scuola nel quale sono previste tutte le attività: curricolari, extracurricolari ed opzionali; sceglie in base al curriculum i docenti ad esso confacenti, che verranno così assunti nella “sua” scuola con un incarico – è bene sottolinearlo – solo triennale. L’uomo solo al comando avrà facoltà di scegliere e attribuire, su parametri personali e totalmente discrezionali, un premio economico ai docenti da lui considerati più meritevoli, nonché d’indicare quelli che avranno una progressione di carriera diversa. Nell’ambito dell’organico della scuola decide la differenziazione delle funzioni dei docenti (insegnamento su cattedra o flessibilità totale su supplenze, progetti e quant’altro), destinando eventualmente gli stessi anche all’insegnamento di materie non comprese nella propria classe di concorso. Può stipulare contratti di apprendistato e convenzioni con imprese ed enti presso cui inviare centinaia di studenti ogni anno per attività di scuola-lavoro; inoltre può licenziare seduta stante senza preavviso un docente al termine dell’anno di prova (nonostante ciò violi apertamente lo Statuto dei Lavoratori, il T.U. sulla scuola ed altre leggi). Altri poteri verranno dalle deleghe che il governo chiede con questo DDL: in questo modo si crea una struttura verticistica e una scuola autoritaria, quindi lontano dal controllo e dalla partecipazione democratica prevista attualmente dalla legislazione in vigore.

2.Il nuovo sistema non prevede parametri oggettivi o criteri da condividere, tanto nella definizione degli organici, quanto nell’utilizzazione dei docenti e nella loro retribuzione effettiva. S’interviene quindi d’imperio e unilateralmente su una serie di materie che sono oggi oggetto del CCNL o della Contrattazione Nazionale di II livello: progressioni stipendiali, mobilità del personale della scuola a livello territoriale o di istituzioni scolastiche, attribuzione incarichi aggiuntivi, ecc., svuotando così le possibilità d’intervento dei lavoratori su tali temi.

3.Viceversa, gli ampi poteri e la totale discrezionalità accordata ai dirigenti determineranno un clima di pressione e di ricatto permanente che lascia solo il singolo docente in una condizione di subordinazione nei confronti del DS, che non riguarda più solo gli aspetti amministrativi, ma anche il campo della didattica e della stessa valutazione, con una drastica riduzione della libertà di insegnamento e del pluralismo che dovrebbe caratterizzare la scuola pubblica prevista dalla Costituzione.

4. Si crea una frattura profonda nel corpo docente che viene differenziato per funzioni e posizioni; s’introduce tra i lavoratori la cultura della premialità ingenerando un clima di competizione. Ma la domanda è: differenziare la retribuzione, mettere in competizione i docenti tra di loro, gerarchizzarli, selezionarli… migliora la qualità della scuola o la peggiora? La scuola non ha bisogno di competizione ma di collegialità effettiva.

5.Gli Organi collegiali vengono sviliti nelle loro funzioni di rappresentanza e di competenza, svuotando così la partecipazione nella scuola e la sua attuale accezione di luogo di crescita collettiva, di condivisione tra tutti i soggetti che la vivo: si stravolge lo spirito del quadro normativo che ha preso forma negli anni ’70 nel tentativo di applicare il dettato costituzionale. La proposta di riforma prefigura interventi in senso peggiorativo – come il vecchio DDL Aprea – sugli organi collegiali, riduce il peso dei lavoratori negli stessi organi, rafforzando quello del Dirigente Scolastico e di soggetti privati, dei quali è previsto l’ingresso.

6La formazione degli studenti viene subordinata alle esigenze del mercato e agli interessi privati, piegando le scelte didattiche all’intervento di privati finanziatori e di sponsor che valuteranno il proprio ritorno dagli eventuali investimenti nei progetti formativi elaborati dai dirigenti scolastici. I periodi di alternanza scuola-lavoro, distanti dalla formazione del cittadino-lavoratore consapevole dei suoi diritti e della sua dignità, rischiano seriamente di diventare una palestra di precarietà e manodopera gratuita per le aziende ospitanti.

7.Invece di prevedere l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, la proposta del governo vorrebbe introdurre contratti di apprendistato per i quindicenni, violando il principio per cui i minori devono stare a scuola e non sul posto di lavoro.

8.L’introduzione di percorsi formativi funzionali alla premialità (art.2), invece di riconoscere e valorizzare le differenze e stimolare la cooperazione tra pari, spinge gli alunni alla competizione, con ricadute negative sia sul clima interno alle scuole sia sulla possibilità di valorizzare gli approcci culturali divergenti; ciò offusca le capacità individuali e sottrae efficacia al processo educativo.

9.L’assunzione stabile dei precari, atto dovuto in seguito alla sentenza europea, è stata ridimensionata in termini quantitativi (il numero è già calato di 1/3 rispetto alle promesse autunnali) e ristretta in termini di beneficiari. L’assunzione di una parte dei docenti inclusi nelle GAE e dei soli vincitori dell’ultimo concorso non risolve il problema del precariato e lascia fuori decine di migliaia di lavoratori con anni d’insegnamento sulle spalle che non verranno mai più assunti perché si trovano in graduatorie che il governo ha deciso di non considerare; essi, pur non essendo inseriti nelle GAE, hanno contribuito a tenere in piedi la scuola e questa operazione vuole ingenerare una guerra tra precari in diverse posizioni che comunque hanno maturato tutti il diritto a rimanere nella scuola. Si arriva invece al paradosso di espellere dalla scuola proprio quei docenti che vi hanno lavorato più di 36 mesi.

10.La maggioranza delle nuove assunzioni non aggiungerà cattedre all’organico di diritto, mentre creerà bacini di docenti a disposizione di più scuole per i più svariati compiti, dal recupero ai progetti, fino alle supplenze, facendo venir meno il compito fondamentale del docente, basato sul rapporto di relazione che richiede continuità ed è estremamente delicato e di grande responsabilità.

11.L’istituzione degli Albi territoriali dai quali i dirigenti sceglieranno i docenti più graditi, insieme alla durata triennale dei nuovi contratti, rappresenta una chiara forma di precarizzazione per i lavoratori della scuola, chiamati a sperimentare sulla propria pelle la riduzione dei diritti introdotta con il Jobs Act. E ciò vale anche per il personale già di ruolo (anche con molta anzianità di servizio), per il quale la richiesta di trasferimento, di mobilità professionale o la condizione di soprannumerarietà nella propria scuola significheranno la perdita della cattedra e la retrocessione automatica negli Albi, cioè il declassamento. La flessibilizzazione dei docenti cancellerà definitivamente la continuità e la stabilità didattica per gli alunni.

12.L’apertura all’ingresso di finanziamenti privati e sponsor (artt.15, 16 e 17) conferma l’ulteriore disimpegno dello Stato nel finanziare la scuola pubblica di tutti, mentre si amplia il sostegno diretto e indiretto alle scuole private: ciò fa venir meno le finalità dell’interesse generale a vantaggio degli utili privati, dando così la possibilità alle imprese di condizionare fortemente i contenuti e le metodologie della didattica e quindi la formazione dei giovani. Si porta a compimento l’autonomia scolastica che si rivela essere la chiave di volta dell’aziendalizzazione delle singole scuole e della privatizzazione dell’intero sistema formativo.

13.Inoltre, il testo del governo chiede al Parlamento ben 13 deleghe in bianco su materie fondamentali quali: il potenziamento ulteriore dell’autonomia scolastica e del potere ai dirigenti, la riscrittura del Testo Unico, la revisione degli Organi Collegiali, l’istruzione professionale, il reclutamento dei dirigenti, ecc.

Preoccupa l’idea di un insegnante che ruota in più scuole, per le più disparate attività, impegnato a raccogliere crediti a destra e a manca, attento a non scontentare il dirigente scolastico e chi lo deve valutare, attento a non alterare l’indirizzo che associazioni, fondazioni, imprese vorranno dare alla scuola, un docente in conflitto con i suoi colleghi con i quali dovrebbe invece cooperare ai fini della crescita dei ragazzi, e alla ricerca di fondi per vincere la competizione con le altre scuole. Questo docente “in carriera” si occupa di tutto tranne del suo compito primario: curare e migliorare la qualità della didattica.

L’assemblea denuncia anche il metodo con cui questa riforma sta procedendo: nonostante la tanto sbandierata consultazione on-line in autunno, non si è tenuto conto delle critiche provenienti dal mondo della scuola. Inoltre, legando l’assunzione dei precari alle profonde modifiche strutturali, si vuol ricattare il Parlamento e imporre l’approvazione della riforma di un’istituzione fondamentale della società in poche settimane e senza un reale dibattito.

Pertanto l’assemblea chiede al Governo l’emanazione di un Decreto Legge immediato per la stabilizzazione dei precari da settembre 2015 sui tutti i posti dell’organico di fatto dell’a.s.2014/15.

Si chiede poi al Parlamento di discutere di una riforma seria, progettata e realizzata ascoltando i docenti, i lavoratori della scuola tutti, gli studenti e i cittadini da varare con i tempi necessari ad un esame approfondito delle varie questioni.

Nel dibattito parlamentare deve essere dato ampio spazio alla ex Legge d’Iniziativa Popolare (LIP) Atto n.2630 Camera dei Deputati, abbinata al DDL governativo, il cui testo, forte di oltre 100.000 firme raccolte nelle scuole e tra i cittadini, fornisce risposte positive ai diversi punti critici della scuola attuale ma con un riferimento chiaro e netto al dettato costituzionale. Si ampliano i poteri degli organi collegiali, si dà centralità ai tempi degli alunni e protagonismo agli studenti delle superiori, si restituisce dignità al ruolo docente, si finanzia la scuola pubblica con una percentuale del PIL di almeno il 6% (media europea, mentre l’Italia di poco sopra il 4% è l’ultimo tra i Paesi OCSE), differenzia la scuola privata da quella statale, cui assegna un ruolo centrale nella crescita umana, culturale, professionale e nella coesione sociale.

L’importanza della scuola è centrale e la sua riforma è questione politica, mette in discussione non solo la libertà d’insegnamento e la preparazione culturale dei futuri cittadini, ma l’assetto democratico della società nel suo insieme.

Siamo convinti che non ci sia un solo docente o un lavoratore della scuola che condivida l’impianto del DDL, pertanto è urgente che in tutte le scuole arrivi l’informazione e la discussione sui suoi contenuti.

Siamo fiduciosi che questo disegno si può fermare mettendo in campo un poderoso movimento che intercetti e valorizzi il dissenso del mondo della scuola.

Facciamo pertanto appello per costruire una rete delle scuole a livello locale e nazionale per coordinarsi in azioni di lotta comuni e molteplici.

In massa abbiamo partecipato alle iniziative di lotta indette e ci dichiariamo disponibili ad effettuare forme di lotta più incisive nella parte finale dell’anno scolastico in concomitanza con gli scrutini e gli esami, anche ipotizzando modalità di lotta non previste dalla normativa attuale: nel momento in cui si rende legge l’attacco alla democrazia e alla scuola pensata dalla Costituzione, bisogna resistere con ogni mezzo democratico necessario, utilizzando le deroghe previste dalla normativa che regolamenta il diritto di sciopero in casi di attacco ai valori democratici della società italiana.